Depositi una canzone dichiarando che è tua. Nessuno verifica.

LA RISPOSTA BREVE: LA LEGGE CHIEDE UN APPORTO UMANO, IL DEPOSITO NON LO CONTROLLA

Il diritto d'autore protegge le opere dell'ingegno umano. Dal 10 ottobre 2025 è scritto nell'articolo 1 della legge italiana.

Però il deposito funziona come è sempre funzionato: tu dichiari che l'opera è tua, e il sistema ti crede.

Finché una canzone nasceva da una chitarra e tre ore di lavoro, quella fiducia reggeva da sola. Oggi un brano completo esce da una riga di testo in quaranta secondi.

COME FUNZIONA

La legge ha aggiunto una parola

Il principio non nasce con l'AI: nella tradizione europea un'opera è protetta quando è "creazione intellettuale propria dell'autore" (CGUE, Infopaq 2009, Cofemel 2019).

La novità è che adesso "umano" è nel testo. La Legge 23 settembre 2025, n. 132, in vigore dal 10 ottobre 2025, ha modificato l'articolo 1 della L. 633/1941: sono protette le opere dell'ingegno umano di carattere creativo. Le opere realizzate con l'ausilio dell'AI restano protette, purché costituiscano risultato intellettuale dell'autore.

Tradotto: lo strumento non è il problema. La sua autonomia lo è.

Cosa chiedono le collecting

Entrambe le realtà più presenti sul mercato italiano hanno preso posizione. Le riportiamo in ordine alfabetico.

SIAE, nella guida pubblicata nel luglio 2026 (Fonte: Billboard Italia, 30 luglio 2026), stabilisce che l'uso di AI generativa non esclude automaticamente la tutela e che ogni caso va valutato singolarmente; che serve un apporto umano "concreto, creativo e riconoscibile"; che un contenuto generato interamente dall'AI non è tutelabile; e che l'AI non può essere indicata come autore, perché i diritti spettano alle persone fisiche. Gli autori sono inoltre invitati a dichiarare l'uso di AI nel processo creativo.

Soundreef, nel proprio Support Center, indica che un brano in cui l'AI ha avuto un ruolo è registrabile se l'autore ha guidato il processo e apportato modifiche significative: in quel caso il brano può essere considerato opera originale. Sono invece esclusi i brani interamente generati da AI, senza alcun intervento creativo umano, che non possono essere protetti dal diritto d'autore né gestiti da Soundreef. Il principio richiamato è lo stesso: senza paternità umana non c'è tutela.

Il paragone

SIAESoundreef
Opera interamente AInon tutelabilenon registrabile
Criterio sull'apporto umano"concreto, creativo e riconoscibile"aver "guidato il processo" con "modifiche significative"
Soglia quantitativanessuna, valutazione caso per casonessuna
AI come autoreesclusaesclusa
Dichiarazione dell'uso di AIinvito esplicito agli autorinon richiesta espressamente

Le differenze sono di formulazione, non di sostanza. SIAE descrive il risultato da osservare nell'opera, Soundreef descrive il comportamento richiesto all'autore. Nessuna delle due fissa una percentuale, e nessuna delle due potrebbe: la creatività non si misura in punti.

C'è però un elemento che le accomuna molto più di quanto le distingua, ed è il punto da cui parte tutto il resto di questo articolo: nessuna delle due, al momento del deposito, ha modo di verificare ciò che chiede.

Come la vedono altrove

Gli Stati Uniti sono i più severi: nel report del 29 gennaio 2025 il Copyright Office chiede che l'AI amplifichi l'espressione umana senza esserne la fonte, e nel marzo 2025 la Corte d'Appello di Washington, in Thaler v. Perlmutter, ha confermato che la paternità umana è requisito di legge.

La Cina è più aperta: nel caso Li v. Liu (Beijing Internet Court, 27 novembre 2023) il giudice ha tutelato un'immagine AI valorizzando prompt, parametri e raffinamento iterativo — con l'obbligo di dichiarare la tecnologia usata.

Il Regno Unito ha ancora la section 9(3) del CDPA, che dal 1988 protegge 50 anni le opere generate dal computer senza autore umano: nel 2026 il governo l'ha indicata come candidata all'abrogazione.

COSA CAMBIA

A luglio 2026 Deezer ha dichiarato che i brani interamente generati da AI hanno superato il 50% delle consegne giornaliere nei giorni di picco, con una media di quasi 90.000 tracce al giorno (Fonte: Deezer Newsroom, 21 luglio 2026).

Va detto subito il numero che ridimensiona il titolo: quella musica raccoglie tra l'1% e il 3% degli ascolti. Entra nel catalogo, non nelle orecchie.

E un terzo numero spiega perché viene caricata: nel 2025 fino all'85% degli stream su quei brani è risultato fraudolento, contro l'8% dell'intero catalogo.

Non è un'ondata di creatività. È un'operazione industriale costruita sull'attrito zero.

COSA SIGNIFICA DAVVERO

Il requisito dell'apporto umano è chiarissimo sulla carta. Il problema è che nessuna procedura di deposito al mondo lo verifica.

Quando depositi non alleghi la prova di aver scritto: dichiari. La collecting registra la tua dichiarazione, non la tua creatività. È sempre stato così, ed è stato per decenni un sistema ragionevole, perché fabbricare una canzone plausibile costava più che scriverla.

Quella soglia è scomparsa. Un brano uscito da un prompt è, sul piano del file, indistinguibile da uno registrato in studio: stessa estensione, stessi metadati, stesso ISRC.

L'AI non ha rotto il diritto d'autore. L'ha messo alla prova su un punto mai collaudato.

Il filtro c'era. L'abbiamo tolto noi

Ed ecco il dettaglio quasi comico: un filtro all'ingresso è esistito davvero. Fino all'inizio del 2002, per iscriversi a SIAE come autore si sosteneva una prova di accertamento, differenziata per categoria. Poi è stata abolita.

Fu la scelta giusta: era un residuo corporativo che decideva dall'alto chi potesse chiamarsi autore, in un'epoca in cui per presentarsi con un repertorio credibile bisognava comunque saperlo fare.

Ventiquattro anni dopo, quel presupposto non c'è più. Torneremo indietro?

Speriamo di no — e non per impraticabilità tecnica, pur reale. Perché chi decide cosa è creativo decide anche chi può entrare: è esattamente il potere che nel 2002 abbiamo smontato. Rimetterlo in piedi, magari affidandolo a un classificatore automatico, significherebbe risolvere un problema di fiducia creando un problema di accesso.

OPPORTUNITÀ E RISCHI

Un certificato di umanità non esiste

Si confondono tre cose diverse. Il watermarking è un'informazione incorporata nel segnale da chi lo genera. Il fingerprinting è un'impronta derivata dal segnale, calcolata a posteriori. La provenance è un manifesto firmato che dichiara chi, con cosa e quando.

Nessuna delle tre dimostra che un umano abbia composto. Quello che fanno è documentare un percorso e spostare l'onere della prova:

  • Content Credentials (C2PA) — manifesto firmato di provenance, apponibile con il tool open source c2patool. Limite non banale: la firma è datata a quando firmi, non a quando hai composto.
  • Il progetto di sessione del DAW, con automazioni, stati dei plugin ed editing MIDI: oggi l'artefatto più difficile da fabbricare a posteriori.
  • Stem separati, che mostrano scelte di arrangiamento e performance isolate.
  • Tracce di processo: memo vocali, bozze datate, email con i collaboratori — un collaboratore che risponde è un testimone terzo con marca temporale indipendente.
  • La dichiarazione DDEX presso il distributore.

Dal 2 agosto 2026 sono operative le obbligazioni di trasparenza dell'articolo 50 dell'AI Act europeo, che impongono una marcatura leggibile da una macchina sui contenuti generati artificialmente.

Il rischio è scambiare tutto questo per una soluzione. Un rilevatore produce probabilità, non verità, e sbaglia in entrambe le direzioni: il falso negativo lascia passare un brano sintetico, il falso positivo accusa un autore vero. Il secondo è molto più grave, ed è quello di cui si parla meno.

L'opportunità è che chi documenta il proprio processo si costruisce una posizione solida prima di averne bisogno. Non per sospetto: per lo stesso motivo per cui si conserva una fattura.

LA NOSTRA VISIONE

La catena che tiene insieme la filiera è sempre la stessa: identità → tracciabilità → attribuzione → valore → remunerazione. Se si rompe il primo anello, tutto il resto smette di funzionare. Il compenso non arriva male per cattiveria di qualcuno: arriva male perché il dato a monte è debole.

Per questo la direzione sensata non è il sospetto né il filtro all'ingresso. È rendere facile dichiarare bene. Un autore che documenta il proprio processo non si difende da un'accusa: ottiene che la sua opera venga riconosciuta e pagata meglio. Vale per i metadati, vale per gli ISRC, vale adesso anche per l'apporto umano.

Per un secolo una canzone dimostrava almeno una cosa: che qualcuno aveva fatto delle scelte. L'AI non ha rotto il diritto d'autore — ha tolto alla musica la capacità di testimoniare per sé. Ed è per questo che oggi quella testimonianza va costruita a parte.

Fare la cosa giusta dovrebbe essere semplice. Per tutti.

👉 soundrights.it

DOMANDE FREQUENTI

Un brano fatto con l'AI si può depositare?

Dipende dall'apporto umano, e il criterio è lo stesso per entrambe le collecting. SIAE chiede un contributo concreto, creativo e riconoscibile, con valutazione caso per caso. Soundreef chiede che l'autore abbia guidato il processo e apportato modifiche significative. In entrambi i casi un brano interamente generato dall'AI resta fuori, e l'AI non può essere indicata come autore.

Scrivere un prompt molto dettagliato basta a rendermi autore?

Per lo U.S. Copyright Office no: conta se le scelte espressive vengono dalla persona o dal sistema. In Cina, in Li v. Liu, il giudice ha invece valorizzato un percorso fatto di prompt, parametri e raffinamento iterativo. Il prompt da solo è un indizio debole; il percorso documentato è un'altra cosa.

Ma con il MIDI, i loop e i ghost producer non era già possibile?

In parte sì, e l'obiezione è seria. Sequencer, librerie di loop e arranger keyboard hanno abbassato da decenni la barriera dell'esecuzione: si poteva pubblicare senza saper suonare. Ma tutti quegli strumenti toglievano la fatica, non la decisione. Con il MIDI scegli ogni nota e ogni durata; con i loop scegli quali, in che ordine e in che tonalità — ed è esattamente la "selezione e disposizione" che viene riconosciuta come contributo protetto. C'è poi un secondo aspetto: con quegli strumenti la quantità di decisioni cresceva insieme al risultato, mentre oggi quaranta secondi di prompt producono tre minuti con strofe, ritornello e modulazione. La complessità dell'opera non è più un indizio della deliberazione che c'è dietro.

Esiste un modo per certificare che un brano non è generato dall'AI?

Non esiste un certificato di umanità. Esistono strumenti che documentano il percorso: Content Credentials, progetto di sessione, stem, bozze datate, dichiarazione DDEX. Non provano la creatività: rendono verificabile il processo.

È vero che una volta SIAE faceva un esame per iscriversi?

Sì. Fino all'inizio del 2002 era prevista una prova di accertamento, differenziata per categoria. È stata abolita, e fu una scelta sensata. Il paradosso di oggi è che il presupposto su cui si reggeva quella scelta non vale più.

Devo dichiarare se ho usato l'AI?

SIAE invita a farlo. I distributori lo richiedono tramite i campi DDEX. E dal 2 agosto 2026 l'articolo 50 dell'AI Act impone una marcatura leggibile da una macchina. La direzione è chiara: dichiarare conviene.

Simone Prandin - 23/10/2026 © SoundRights

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